Le città incantate (1)
Rimini 10/02/07

Sono circa le tre e mezza. Il concerto è finito da qualche ora. Ognuno è già nella propria stanza. Due triple ed una doppia. Tutti tranne Michele che è rimasto fuori. Dice non che tornerà in camera prima che sia mattino. Provo a fare la doccia ma l'acqua non si scalda. Nel frattempo Manvel legge una biografia di Coltrane. Sul tavolino ha appoggiato un paio di birre "alleggerite" al catering del Velvet. Gli faccio una domanda. Non mi risponde.
Prendo il cellulare e chiamo Michele. «Dove sei?»
«Sono qui in un bar» dice
«Bevo un drink e torno. Che c'è? Non mi credi?»
E' stanco ed ubriaco e quando parla sembra ridere. Ci conosciamo bene. Quella voce acuta, un po’ strafottente mi è familiare. Vive in tante storie dove cambiano solo i comprimari. Ma lui è costante con quella voce che mentre parla ride.
Molte estati fa. Negli cuore degli anni ottanta.
«Ti va di andare al mare?» chiese mia madre.
Ci pensai. Non ero convinto.
Sospeso tra i pensieri farfugliai “Io..beh...non so..»
«Ma che c’è... non ti va?» mi disse.
«No. Non so. E’ che sto bene anche qui». risposi.
«Guarda che si sta meglio al mare. Ci vanno tutti. Poi c’è la nonna, tua zia e tante cose da fare» disse «e non ti preoccupare, io ti raggiungo nei fine settimana, con papà».
Rimasi in silenzio per un po’.
«C’è il televisore là?».
La settimana dopo ero a Rimini. La regina della riviera nel cuore deglia anni ottanta. Il divertimentificio. Gente ovunque, nei locali, nei caffè, nelle spiagge e nelle discoteche. Ma nulla mi interessava. Io avevo avevo un’altra idea. Precisa e determinata. Saltare sui tappeti. Quelli che grazie al tessuto elastico danno una spinta verso l’alto che in confronto saltare sui letti è come farlo sulla sabbia. Erano ovunque, lì nei parchi divertimenti con minigolf e sale giochi. Ce n’era anche uno sotto casa. Lo ammiravo dalla finestra del secondo piano, qui al condominio “Mareblu”, una costruzione popolare edificata in fretta e furia per rispondere alle esigenze dei nuovi turisti. Come me, mia nonna e mia zia.
Si tornava dal mare verso sera. E già alle sette i primi audaci popolavano il parco. Le prime carovane di saltatori sfilavano davanti ai miei occhi ammirati. Capriole avanti e indietro. Salti mortali. E tutta una serie di evoluzioni nell'aria. Li guardavo incredulo. Come fossero eroi. Atleti assoluti. Campioni di stile. Mi chiedevo che avrei saputo fare al posto loro. Senza pace.
Presi mia nonna da parte.
“Nonna, dobbiamo parlare.»
«Cusa ghet?» rispose minacciosa.
Le proposi di accompagnarmi al parco. Non doveva dirlo a nesuno ne a mia zia ne tanto meno a mia madre. Ricordo ancora i suoi occhi. Quando le svelai il mio piano d'azione mi guardò stupita ed esclamò «Ma et matt? Vot andar all'uspedal?»
Scendo in strada e vado a cercare Michele. Non so dove sia. So che è in un pub vicino all'albergo. Cammino e vedo una gigantesca macchina fotografica, kitsch come qualsiasi cosa intorno. Nell’ecosistema riminese però tutto trova un senso. Anche i miei ricordi scombinati. Cerco di orientarmi e pensare dove possa essere oggi il condominio “Mareblù” , mi chiedo se ci siano ancora i tappeti lì a fianco.
Qualche estate fa. Poco lontano da qui. A Senigallia. Io, Enrico, Tammu, Marzia e Cristina. Uno strano quintetto. Dopo aver bevuto vino e qualche negroni ci trovammo a saltare su tappeti elastici in un bagno gestito dai genitori di un amico di Enrico. Ricordo benissimo la faccia contratta di Tammu mentre tentava di fare evoluzioni sui tappeti. Rigido come in prenda ad un rigor mortis.
Suona il cellulare,
Michele mi dice "Senti Co’, faccio tardi. Ho conosciuto un paio di tizi qui.»
Resto in silenzio.
«Però ho finito i soldi e dicono che non che non mi fanno credito.»
«Ti ricordi il codice del mio bancomat? Ma piuttosto, sai dov’è un bancomat?»
Ride ma ha la voce appesantita e le consonanti restano attaccate ai denti.
«Michi sto venendo lì. Dimmi dove sei che ti raggiungo» rispondo.»
«Guarda che non ce n’è bisogno» sottolinea.
«Che centri tu?» ribatto piccato.»
«Non ho sonno, bevo volentieri qualcosa.»
Mentre parlo cade la linea. Quando richiamo sento la segreteria telefonica.
Sicuramente il posto è dietro l'angolo. Entro nel primo pub che vedo. Sento la voce di Michele. Mi avvicino pregustandomi la scena. Chissà che si sarà inventato? Eccolo. Vado a colpo sicuro. Anzi no. Non è lui. Quello che parla non gli assomiglia nemmeno. Sembra sobrio ed è in compagnia di una ragazza bionda. Perdo colpi.
Scendo nuovamente in strada e cammino sul lungomare. Sfilano davanti a me le stazioni balneari. Mi perdo a leggere i nomi. L’onomastica del divertimentificio. Bagno Pierino, Bagno Egisto, Bagno Bruno. Sorrido mentre ripenso ad una canzone che mi riporta alle mie vacanze di allora. Com’era? Mi concentro sulle parole. Ne ricordo alcune. Le altre sono assopite in me. Chissà da quanto tempo.
Molte estati fa. Mia nonna era uscita perché s’era dimenticata di comprare qualcosa. Aveva lasciato la radio accesa mentre trasmettevano quel pezzo. Io approfittai dell’assenza per scendere giù. Attraversai la strada e mi presentai davanti al tizio che vendeva i biglietti. Con un’insolita arroganza chiesi «Dammene uno».
Lui mi rispose meccanicamente senza guardarmi «Sono cinquemila lire per venti minuti.» Un sacco di soldi pensai. Ma avevo già in mano l’importo. Cinque banconote da mille lire. Strappò un foglietto e mi guardò. Comprese allora che avevo a malapena dieci anni. Mi allungò il ticket. Sentivo già nelle gambe il ritorno elastico dei tappeti. Poi ci ripensò e chiese. «Ma chi ti accompagna?.»
Il sole sorge squarciando di luce il cielo invernale. Nonostante la temperatura rimandi ad altre stagioni è inverno vero. La luce fa scemare il desiderio di recuperare Michele in qualche bar. Mi incammino verso l’hotel e scorgo in lontananza un vecchio signore. Mima dei gesti. Sembra che mi voglia parlare. Mi avvicino e l’osservo bene. Assomiglia ad Alfredo. Un vecchio professore di latino che m’ha aiutato a sostenere alcuni esami dell’università. Sarà la luce tagliente dell’alba, la stanchezza accumulata ma sembra proprio lui. Mi avvicino ulteriormente. Ha già inziato a parlarmi.
«Corrado, ti ricordi Lucrezio?»
«Si professore, l'ho studiato» rispondo meccanicamente. Quasi fossi interrogato.
Poi ci penso e rettifico “Oddio, neanche tanto. Dovrei?»
Tuonò «non furono gli dei non a creare l’universo. Ricorda. Loro sono indifferenti a noi. Inutile far finta di niente.»
Non so se ridere o scappare.
Mi sembrava Savonarola nel film di Benigni e Troisi
Annuisco e dico. «Sì, lo terrò a mente. La ringrazio.»
Apre la bocca rabbioso. Vuol dire la peggior cosa della sua vita ma desiste. Scuote solamente la testa e sussurra con un filo di voce.
«Nessuno se lo ricorda mai.»
«Professore, non si crucci. Oggi la gente pensa ad altro.»
Lo guardo e m’accorgo che non m’ascolta.
Ha già la testa altrove. Mi guarda dall'alto in basso e chiede
«Corrado, ma che ci fai qui?»
«E’ una storia lunga, Alfredo. Sto cercando un posto dove da piccolo non m’hanno fatto saltare sui tappeti elastici, poi ho smarrito le tracce di un mio amico. E’ qui in qualche bar.»
«E credi che questo sia un buon orario per girare senza meta?»
Vorrei rispondergli che sono cresciuto a sufficienza per gestirmi ma come un buon allievo annuisco e sorrido. Infondo il vecchio professore mi fa compassione.
«Si lei ha ragione. E' ora di andare a dormire».
Si rincuora e prosegue: “Te l’avevo detto. E’ tutta colpa di Chernobyl. Ricordi?»
«Sì, Alfredo. Me l’aveva detto. Lo ricordo perfettamente.»
«La nube radioattiva ha contaminato tutto. Siamo spacciati. Dopo vent’anni. Vent’anni e poi la fine. Ma tieni a mente che il peggio deve ancora arrivare».
«Allora che aspetti?» Chiede.
«Mettiti in salvo, prima che il mare inghiottisca tutto.»
«Che fai ancora qui? Scappa Corrado, non ti guardare indietro».
«Hai gambe buone per correre?»
Io annuisco, spaventato.
«Quella città maledetta andava rasa al suolo» urla Alfredo.
Inzio ad allontanarmi, prima titubante poi sempre più deciso.
Lui da dietro urla “Salvati tu che puoi. Io sono perduto».
Inizio a correre e non mi guardo indietro.
«Carthago delenda est» urla.
Così mi sembra di percepire. E sono le ultime parole di quel soliloquio.
Oramai non sento più la sua voce.
Corro fino all'albergo. Il ragazzo alla reception mi guarda come un marziano.
«Sei anche tu del gruppo dei musicisti?»
Annuisco, con il fiatone.
«Certo che siete strani voi..» e ride.
Prendo le chiavi dalle sue mani tozze. Vado dritto in camera . Apro la porta e trovo Michele disteso che dorme. Tutti i suoi vestiti gettati al bordo del letto. Manvel s’è addormentato con il libro di Coltrane aperto appoggiato sul petto. Una birra è ancora piena. L’altra no.
...
Il giorno dopo mi alzo e leggo sulla pagina locale di un quotidiano questa notizia:
"Rimini solo spensierata? Ma quando mai?"
RIMINI - I turisti che hanno scelto di passare la prossima estate a Rimini, Cattolica, Misano Adriatico e Riccione troveranno a loro disposizione - negli hotel, residence o altri tipi di strutture ricettive che affollano la costa romagnola - migliaia di copie del Vangelo di Luca.
Ma non s'è pensato solo ai turisti. La prossima stagione porterà inziative anche per gli operatori del sottore: momenti di spiritualità per bagnini, albergatori o altre categorie impegnate nell'attività estiva.
Nelle parrocchie, a disposizione dei turisti, liturgie celebrate nelle varie lingue, chiese sempre aperte e confessori disponibili, oltre a iniziative culturali-religiose come gite e pellegrinaggi verso santuari e luoghi di culto.
Cosi. La segnalo, perchè centra ma non centra.

Sono circa le tre e mezza. Il concerto è finito da qualche ora. Ognuno è già nella propria stanza. Due triple ed una doppia. Tutti tranne Michele che è rimasto fuori. Dice non che tornerà in camera prima che sia mattino. Provo a fare la doccia ma l'acqua non si scalda. Nel frattempo Manvel legge una biografia di Coltrane. Sul tavolino ha appoggiato un paio di birre "alleggerite" al catering del Velvet. Gli faccio una domanda. Non mi risponde.
Prendo il cellulare e chiamo Michele. «Dove sei?»
«Sono qui in un bar» dice
«Bevo un drink e torno. Che c'è? Non mi credi?»
E' stanco ed ubriaco e quando parla sembra ridere. Ci conosciamo bene. Quella voce acuta, un po’ strafottente mi è familiare. Vive in tante storie dove cambiano solo i comprimari. Ma lui è costante con quella voce che mentre parla ride.
Molte estati fa. Negli cuore degli anni ottanta.
«Ti va di andare al mare?» chiese mia madre.
Ci pensai. Non ero convinto.
Sospeso tra i pensieri farfugliai “Io..beh...non so..»
«Ma che c’è... non ti va?» mi disse.
«No. Non so. E’ che sto bene anche qui». risposi.
«Guarda che si sta meglio al mare. Ci vanno tutti. Poi c’è la nonna, tua zia e tante cose da fare» disse «e non ti preoccupare, io ti raggiungo nei fine settimana, con papà».
Rimasi in silenzio per un po’.
«C’è il televisore là?».
La settimana dopo ero a Rimini. La regina della riviera nel cuore deglia anni ottanta. Il divertimentificio. Gente ovunque, nei locali, nei caffè, nelle spiagge e nelle discoteche. Ma nulla mi interessava. Io avevo avevo un’altra idea. Precisa e determinata. Saltare sui tappeti. Quelli che grazie al tessuto elastico danno una spinta verso l’alto che in confronto saltare sui letti è come farlo sulla sabbia. Erano ovunque, lì nei parchi divertimenti con minigolf e sale giochi. Ce n’era anche uno sotto casa. Lo ammiravo dalla finestra del secondo piano, qui al condominio “Mareblu”, una costruzione popolare edificata in fretta e furia per rispondere alle esigenze dei nuovi turisti. Come me, mia nonna e mia zia.
Si tornava dal mare verso sera. E già alle sette i primi audaci popolavano il parco. Le prime carovane di saltatori sfilavano davanti ai miei occhi ammirati. Capriole avanti e indietro. Salti mortali. E tutta una serie di evoluzioni nell'aria. Li guardavo incredulo. Come fossero eroi. Atleti assoluti. Campioni di stile. Mi chiedevo che avrei saputo fare al posto loro. Senza pace.
Presi mia nonna da parte.
“Nonna, dobbiamo parlare.»
«Cusa ghet?» rispose minacciosa.
Le proposi di accompagnarmi al parco. Non doveva dirlo a nesuno ne a mia zia ne tanto meno a mia madre. Ricordo ancora i suoi occhi. Quando le svelai il mio piano d'azione mi guardò stupita ed esclamò «Ma et matt? Vot andar all'uspedal?»
Scendo in strada e vado a cercare Michele. Non so dove sia. So che è in un pub vicino all'albergo. Cammino e vedo una gigantesca macchina fotografica, kitsch come qualsiasi cosa intorno. Nell’ecosistema riminese però tutto trova un senso. Anche i miei ricordi scombinati. Cerco di orientarmi e pensare dove possa essere oggi il condominio “Mareblù” , mi chiedo se ci siano ancora i tappeti lì a fianco.
Qualche estate fa. Poco lontano da qui. A Senigallia. Io, Enrico, Tammu, Marzia e Cristina. Uno strano quintetto. Dopo aver bevuto vino e qualche negroni ci trovammo a saltare su tappeti elastici in un bagno gestito dai genitori di un amico di Enrico. Ricordo benissimo la faccia contratta di Tammu mentre tentava di fare evoluzioni sui tappeti. Rigido come in prenda ad un rigor mortis.
Suona il cellulare,
Michele mi dice "Senti Co’, faccio tardi. Ho conosciuto un paio di tizi qui.»
Resto in silenzio.
«Però ho finito i soldi e dicono che non che non mi fanno credito.»
«Ti ricordi il codice del mio bancomat? Ma piuttosto, sai dov’è un bancomat?»
Ride ma ha la voce appesantita e le consonanti restano attaccate ai denti.
«Michi sto venendo lì. Dimmi dove sei che ti raggiungo» rispondo.»
«Guarda che non ce n’è bisogno» sottolinea.
«Che centri tu?» ribatto piccato.»
«Non ho sonno, bevo volentieri qualcosa.»
Mentre parlo cade la linea. Quando richiamo sento la segreteria telefonica.
Sicuramente il posto è dietro l'angolo. Entro nel primo pub che vedo. Sento la voce di Michele. Mi avvicino pregustandomi la scena. Chissà che si sarà inventato? Eccolo. Vado a colpo sicuro. Anzi no. Non è lui. Quello che parla non gli assomiglia nemmeno. Sembra sobrio ed è in compagnia di una ragazza bionda. Perdo colpi.
Scendo nuovamente in strada e cammino sul lungomare. Sfilano davanti a me le stazioni balneari. Mi perdo a leggere i nomi. L’onomastica del divertimentificio. Bagno Pierino, Bagno Egisto, Bagno Bruno. Sorrido mentre ripenso ad una canzone che mi riporta alle mie vacanze di allora. Com’era? Mi concentro sulle parole. Ne ricordo alcune. Le altre sono assopite in me. Chissà da quanto tempo.
Molte estati fa. Mia nonna era uscita perché s’era dimenticata di comprare qualcosa. Aveva lasciato la radio accesa mentre trasmettevano quel pezzo. Io approfittai dell’assenza per scendere giù. Attraversai la strada e mi presentai davanti al tizio che vendeva i biglietti. Con un’insolita arroganza chiesi «Dammene uno».
Lui mi rispose meccanicamente senza guardarmi «Sono cinquemila lire per venti minuti.» Un sacco di soldi pensai. Ma avevo già in mano l’importo. Cinque banconote da mille lire. Strappò un foglietto e mi guardò. Comprese allora che avevo a malapena dieci anni. Mi allungò il ticket. Sentivo già nelle gambe il ritorno elastico dei tappeti. Poi ci ripensò e chiese. «Ma chi ti accompagna?.»
Il sole sorge squarciando di luce il cielo invernale. Nonostante la temperatura rimandi ad altre stagioni è inverno vero. La luce fa scemare il desiderio di recuperare Michele in qualche bar. Mi incammino verso l’hotel e scorgo in lontananza un vecchio signore. Mima dei gesti. Sembra che mi voglia parlare. Mi avvicino e l’osservo bene. Assomiglia ad Alfredo. Un vecchio professore di latino che m’ha aiutato a sostenere alcuni esami dell’università. Sarà la luce tagliente dell’alba, la stanchezza accumulata ma sembra proprio lui. Mi avvicino ulteriormente. Ha già inziato a parlarmi.
«Corrado, ti ricordi Lucrezio?»
«Si professore, l'ho studiato» rispondo meccanicamente. Quasi fossi interrogato.
Poi ci penso e rettifico “Oddio, neanche tanto. Dovrei?»
Tuonò «non furono gli dei non a creare l’universo. Ricorda. Loro sono indifferenti a noi. Inutile far finta di niente.»
Non so se ridere o scappare.
Mi sembrava Savonarola nel film di Benigni e Troisi
Annuisco e dico. «Sì, lo terrò a mente. La ringrazio.»
Apre la bocca rabbioso. Vuol dire la peggior cosa della sua vita ma desiste. Scuote solamente la testa e sussurra con un filo di voce.
«Nessuno se lo ricorda mai.»
«Professore, non si crucci. Oggi la gente pensa ad altro.»
Lo guardo e m’accorgo che non m’ascolta.
Ha già la testa altrove. Mi guarda dall'alto in basso e chiede
«Corrado, ma che ci fai qui?»
«E’ una storia lunga, Alfredo. Sto cercando un posto dove da piccolo non m’hanno fatto saltare sui tappeti elastici, poi ho smarrito le tracce di un mio amico. E’ qui in qualche bar.»
«E credi che questo sia un buon orario per girare senza meta?»
Vorrei rispondergli che sono cresciuto a sufficienza per gestirmi ma come un buon allievo annuisco e sorrido. Infondo il vecchio professore mi fa compassione.
«Si lei ha ragione. E' ora di andare a dormire».
Si rincuora e prosegue: “Te l’avevo detto. E’ tutta colpa di Chernobyl. Ricordi?»
«Sì, Alfredo. Me l’aveva detto. Lo ricordo perfettamente.»
«La nube radioattiva ha contaminato tutto. Siamo spacciati. Dopo vent’anni. Vent’anni e poi la fine. Ma tieni a mente che il peggio deve ancora arrivare».
«Allora che aspetti?» Chiede.
«Mettiti in salvo, prima che il mare inghiottisca tutto.»
«Che fai ancora qui? Scappa Corrado, non ti guardare indietro».
«Hai gambe buone per correre?»
Io annuisco, spaventato.
«Quella città maledetta andava rasa al suolo» urla Alfredo.
Inzio ad allontanarmi, prima titubante poi sempre più deciso.
Lui da dietro urla “Salvati tu che puoi. Io sono perduto».
Inizio a correre e non mi guardo indietro.
«Carthago delenda est» urla.
Così mi sembra di percepire. E sono le ultime parole di quel soliloquio.
Oramai non sento più la sua voce.
Corro fino all'albergo. Il ragazzo alla reception mi guarda come un marziano.
«Sei anche tu del gruppo dei musicisti?»
Annuisco, con il fiatone.
«Certo che siete strani voi..» e ride.
Prendo le chiavi dalle sue mani tozze. Vado dritto in camera . Apro la porta e trovo Michele disteso che dorme. Tutti i suoi vestiti gettati al bordo del letto. Manvel s’è addormentato con il libro di Coltrane aperto appoggiato sul petto. Una birra è ancora piena. L’altra no.
...
Il giorno dopo mi alzo e leggo sulla pagina locale di un quotidiano questa notizia:
"Rimini solo spensierata? Ma quando mai?"
RIMINI - I turisti che hanno scelto di passare la prossima estate a Rimini, Cattolica, Misano Adriatico e Riccione troveranno a loro disposizione - negli hotel, residence o altri tipi di strutture ricettive che affollano la costa romagnola - migliaia di copie del Vangelo di Luca.
Ma non s'è pensato solo ai turisti. La prossima stagione porterà inziative anche per gli operatori del sottore: momenti di spiritualità per bagnini, albergatori o altre categorie impegnate nell'attività estiva.
Nelle parrocchie, a disposizione dei turisti, liturgie celebrate nelle varie lingue, chiese sempre aperte e confessori disponibili, oltre a iniziative culturali-religiose come gite e pellegrinaggi verso santuari e luoghi di culto.
Cosi. La segnalo, perchè centra ma non centra.
Labels: apocalisse, de andrè, lucrezio, rimini, tondelli
11 Comments:
Molto bello il finale, il professore di latino richiama rimini di tondelli. E' un caso? :-)
A.
...hai poi saltato sui tappeti elastici qualche volta?
Gli ultimi due post sono particolarmente belli. Hai cambiato marcia... A quando un romanzo?
M.
...io da piccola non potevo mai fare quei giochi del parco in cui ti appendevi a testa in giù (anelli, reti), mia madre diceva che mi andava il sangue al cervello. Per dispetto, quando andavo in campagna, mi arrampicavo sugli alberi e mi appendevo ai rami come un pipistrello. Una volta sono caduta e ho battuto la testa...non era meglio un pò di sangue al cervello?....bello il post, di nuovo complimenti. emily.
bellissimo...
L'altra sera temo di non aver fatto un commento molto felice al tuo blog.Dire che scrivi cose semplici suona male..e io non ho la tua proprieta'di linguaggio..mettiamola cosi'..che scrivi di cose che spesso si provano ma che sono difficili da esprimere a parole.Le leggo e penso"è esattamente cosi'.."solo che a me non erano uscite cosi' bene..spero di avere rimediato!*s*
ci racconti una storia anche sulle sbronze a senigallia? ai bei tempi andati
Bei tempi andati.
Quando ancora non avevamo entrambi scoperto la vita, le opere, il pensiero di Søren Aabye Kierkegaard?
Parliamo piuttosto dell'emozione che c'ha dato leggere quelle pagine. Ricordo la tua faccia rapita dalle parole.
Oramai siamo illuminati e consapevoli che la vita è solo sofferenza.
A chi giova la nostra spensieratezza adolescenziale?
:)
C.
anche vasco rossi dice spesso di leggere Kierkegaard. lo invitiamo alle nostre sedute di autocoscienza?
è sempre un piacere..è quel lato gentile, certe volte ironico e curioso o altre ancora commosso..
che bello.
grazie mille.
piango
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