June 21, 2007

Le città incantate (2.1)

Atene, ancora



(Secco, esiziale e disumano. Ovvero Dialogo tra un portiere di notte e Gegè)

[...]

Rientro nell'albergo che sono le cinque del pomeriggio. Alla reception m'attende un uomo. Sulla cinquantina. Calvo e non proprio allampanato. Anzi. Con una bella pancia rotonda ed un orecchino che brilla anche in mancanza di luce. Gli dico il numero della mia camera. In inglese.

«Ah lei è l'italiano?»
Io vengo colto di sorpresa.
«Beh, sì. rispondo»

«Bene»
«Mi chiamo Manos Therokis e questa è la sua chiave»
«Mi contatti pure per qualsiasi evenienza»

Parla un italiano perfetto. Anzi sfoggia un vanitoso accento toscano.

«E' italiano anche lei?» chiedo
«No. Io sono greco»
«Lo si capisce dal mio nome...»

“Ma che cazzo di risposta è?” Penso. Quasi avessi detto chissà cosa. Lo liquido. Immediatamente.

«Beh, si. Ora salgo»
«La saluto»
«Grazie»

«Prego» risponde

A spalle girate dico.
«Complimenti per il suo italiano»

«Grazie» dice
«Prego» rispondo.

Dopo mezz'ora scendo con tutta la mia roba per il concerto. Passo e lascio la chiave a Manos. Lui mi anticipa. O meglio. Anticipa qualsiasi mia mossa.

«Gradisce un caffè, signor Nuccini?»
«No grazie»
«Mah, ha mai provato il caffè greco?»
«No»
«Allora dovrebbe»

Io resto in silenzio. Ho il suo sorriso in faccia.

«Proviamo» dico
«Lo vuole poco zuccherato, molto zuccherato o amaro?»
«Poco»

E lo dico con la sicurezza di chi beve caffè greco da una vita. Manos si allontana e torna dopo qualche minuto. Ha un vassoio e sopra porta una tazza di liquido scuro. Denso e sabbioso.

«Non beva il filtro, mi raccomando»
«Fa male»

E mentre ingurgito quella bevanda timoroso lui ne le tesse le lodi.

«Lo sa» dice «che un articolo specialistico afferma che il caffè greco è quello meno dannoso per la salute».
E mi spiega tutto. Scendendo in fastidiosi dettagli dietologici. Proteine, amminoacidi, grassi.

«Ovviamente se viene consumato con giudizio».

«Sono certo che lei fa così» lo interrompo
«Vero?»
«No. Io non bevo caffè da dieci anni»

E ti pareva? Mi mordo le mani...

«Però mi creda. Questo non fa male»
«Ovviamente non si deve bere il filtro che è nocivo»
«Ma l'ho già avvisata del pericolo»

Sorride. Anzi ride. Da solo. Io ho in bocca questo liquido che sa di caffè, tipo pocket coffee ma più sabbioso. Cerco di berlo senza lasciar trasparire emozioni. Nonostante i suoi occhi. Indagatori.

«Beh. Allora che ne pensa?»
«Non male dico»
«Eh certo, per un italiano ci sarà di meglio....»

Appunto. Diciamocelo. Quel caffè non era per niente buono. Però ho sempre odiato l'italiano che pensa di avere l'esclusiva del caffè.

«Come lo fai tu Gegè».
«Tu sì che lo fai bbbuono».
«Fallo con la ricetta di mammà».

Gli aromi, i sapori veri. Casa italia! Fanculo Gegè.

E mi vedo tutti gli stranieri che considerano l'italiano medio un idiota in tutto, meno che nella preparazione degli spaghetti e del caffè. E dico. No, cazzo. Che ci vorrà mai a riempire una moka d'acqua e polvere e metterla sul fuoco? Che ci vuole? Altro che ricetta di mamà.

«Il caffè se è caldo e non troppo annacquato è comunque buono» sentenzio
«Così come una birra ghiacciata o un calice vino bianco»

Non l'avessi mai detto.

«Ma che dice?»
«Mi stupisco che possa avere un pensiero così approssimativo»
«Lei poi non da l'impressione di essere uno che si accontenta»

Nella mia testa penso. Cazzo Corrado. Sono ad Atene e mi sto facendo dare dell'approssimativo da un usciere greco, sovrappeso, che parla italiano meglio di me. Pure con l'accento toscano alla Manzoni con tutti i suoi dannati panni. Lavati in Arno. Oltretutto, per non fare la figura di Mario e Luigi Bros evito di dire che solo l'espresso italiano è buono e questo ti da del pressappochista.

Lo guardo stupito e lui con faccia beata mi dice.

«Suvvia Nuccini»
«Non dica cose così».

Eh no! Cazzo!
Suvvia. Mi dice suvvia? Ma come si permette??

Divento una zitella. Inizio a parlare l'italiano più forbito che conosco. Uso verbi irregolari al passato remoto. Trapassati come se piovesse. Consecutio temporum. Periodo ipotetico. Pudet, piget taedet. Dico vieppiù, ohibò, callido, pulcra, sapida, procrastinare, esiziale e cose del genere. Manos non fa una piega. Finge di capire.

«Ha presente, no?» dico.
«E-si-zia-le». e lo guardo.
«Sì» risponde e cambia discorso

«No dico, E-s-i-z-i-a-l-e»

Lui mi guarda e mi fa:
«Come? Scusi»
«Esiziale! Quante volte devo dirlo?»
«Sì sì.»

«Essenziale?» mi chiede.

Ecco, maledetto. Penso io. Torna a dirmi.
«Suvvia!».

...


Di ritorno dal concerto incontro nuovamente Manos. Oramai è notte. Il suo alito profuma leggermente di anice. Vuole parlare. Io tremo. Mi racconta che in toscana s'è laureato in lettere con una tesi sulla IV giornata del Decamerone. Quella degli amori infelci.

E mi racconta di una donna che aveva in italia. Ora non la sente più. Annalisa.
Ecco. Mi sento una merda per aver fatto il saccente. Finisce sempre così.

Prima di andare a letto mi chiede.
«Com'era quella sua parola di oggi?»
«Esiziale» rispondo
«Ma che vuol dire?»
«E che ne so!»
«Lo chieda ai Marlene Kuntz

«A chi?»


...

Labels: caffè greco, esiziale, Marlene Kuntz

posted by Corrado Nuccini at 12:57 PM 11 comments

June 15, 2007

Le città incantate (2)

Atene



Greece is a good place to look at the moon

Ricordo come fosse ieri. Patrasso assomiglia a Pescara. A quella fascia costiera adriatica malinconica. Dal quarto piano della camera d'albergo io e Ale guardavamo il porto della città pieno di container e scafi adibiti a trasporto merci. Mi chiedevo cosa contenessero. E dove fossero dirette tutte quelle navi.

Dopo il concerto io e Jukka abbiamo tempestato di richieste assurde Thodoris. Il nostro accompagnatore greco. Era la valvola di sfogo. E dio solo sa quanto possiamo essere pesi io e Jukka lanciati contro un terzo incomodo. Il capro espiatorio girardiano. La sua colpa? Essere troppo disponibile. E parlare italiano.

«Cazzo Teordoro»
«E' una noia qui..» ed allargo le braccia.
«Davvero» ribadisce Jukka.
«Che si fa in Grecia la sera, ci si spara in famiglia?»
«Bang, bang!» e porto la mano alla tempia simulando una calibro 45
«Portaci a vedere un combattimento di galli...»
«Hai presente quello dove ci si mette intorno a due animali che
s'azzuffano e si scommettono soldi su chi resta vivo?» irrompe Jukka
«Ma che richiesta è?» dice Thodoris schifato.
«Non ci posso credere che piace a voi cose del genere!»
«E' così...come si dice in italiano?»
«Figo!» dice Jukka
«Eccitante!» dico io

«Disgustoso» dice Thodoris.

«Non vi piace un gelato?»

Ricordo benissimo il viaggio di ritorno verso Atene. Lunedì mattina.
La strada che porta da Patrasso alla capitale costeggia il mare egeo. Che è più blu di quanto una compagnia di viaggi possa far credere ad un turista indeciso.
Erano i primi di gennaio e si stava con le maniche della camicia arrotolate.
Due giorni dopo, tornato in Italia, iniziai un lavoro nuovo. Mi alzavo tutti i giorni alle sei e mezza per prendere il treno delle sette e quaranta che porta da Reggio a Modena. Un freddo raggelante. I pendolari. Era l'anno 2005. E tutto stava cambiando. Ricordo quei giorni perfettamente. Come la rincorsa prima di un balzo dove non si vede l'altra sponda.

Arrivo ad Atene dopo quasi tre anni. Questa volta solo. E' mezzanotte
in Italia. L'una in Grecia. Quei sessanta minuti mi danno l'impressione di patire una sorta di jet lag. Mentre attendo il mio bagaglio vedo attraverso la porta scorrevole la faccia di Thodoris che mi saluta con il suo fare gentile. Come se mi stesse attandendo dalla sera di Patrasso. Ha i capelli più lunghi che però non gli danno certo un espressione servera. Tutt'altro. Esco e lui mi dice:

«Spero che il tuo viaggio sia stato buono».
Io dico «si, grazie».
«Che piacere vederti» e lo abbraccio.
«Vado a prendere l'auto e poi andiamo a fare una birra.

Io vorrei spigargli che sono stanco per il jet lag. Ma poi non voglio
essere scortese e dico di sì.
Ma la sensibilità di Thodoris intuisce la mia volontà di andare a dormire.
Mi guarda come fa mia madre e dice.

«Corrado ti vedo affaticato. Sei stanco? Spero che non mi reputi scortese se ti
accompagno subito in albergo?»

E così adorabile che quasi m'arrabbio. Gli vorrei dire.

«Cazzo teodoro, adesso c'andiamo a fare 'sta birra e poi ti porto a
vedere come si staccano la testa a vicenda, quei maledetti galletti
spartani».

Ma senza Jukka sono più buono e gli sorrido. Dicendo.

«Grazie. Andiamo a dormire».

Dopo una lunga traversata nel traffico d'Atene arrivo all'albergo. In una mail precedente al mio arrivo Thodoris me l'aveva descritto così.

"Si trattadi un albergho centrale che era un suggerimento per noi,
tutte le camere sembrano buone e abbastanza ampie.La distanza da la al
locale deve essere circa 15 minuti con la macchina e magari una
quarantina di minuti dall'aeroporto."


Non s’era sbagliato. C'è una bella televisione e un bagno molto confortevole.
Mi sdraio esausto dopo aver tirato fuori il bagaglio dalle
valige ed appeso i vestiti negli armadi.

Accendo la televisione e partono dei gemiti di donna a tutto volume.
Corro a prendere il telecomando. Abbasso. Mi vergogno.
Mi chiedo se qualcuno può aver sentito.

Poi, con la televisione in mute approfondisco il discorso.
I primi tre canali sono canali a luci rosse. Ma rosse rosse.

Io non avevo mai visto un film porno intero. Buffo da dire. Nel senso. Sono sempre stato troppo pudico per comprarli in edicola. Non avevo la dialettica o le movenze giuste per affrontare un edicolaio e chiedergli della pornografia. E poi troppo pigro per andare a noleggiare in videoteca. Alla fine temevo di venir scoperto.

Ovviamente, con l'avvento di internet ho fatto alcuni studi sulla materia.
Però ecco. Non avevo mai visto tutta quelle pornografia, beatamente
steso sul letto.

Nel primo episodio che vedo ci sono un uomo ed una donna. Sembra quasi
una cosa normale. Si annondano in diverse posizioni. Ma nulla di così strano.
Procedo. Il secondo ha come protagonista un muscolosissimo eroe di una quarantina d'anni, con un trascorso da buttafuori in provincia. Prova a saziare i desideri di tre fanciulle. Ovviamente di tre colori diversi.
Ha i capelli raccolti a coda e i lineamenti ferini. Si da con una generosità enorme che mi fa quasi sentire in colpa. Al momento topico, dopo un orgasmo zampillante, si concede alla telecamera e gonfia i muscoli. Come Primo Carnera. Autocompiaciuto e felice per la missione compiuta.

Fa il cigno. Sia con il bicipite destro che sinistro. E le donne applaudono. Io me la rido come un matto. Applaudo anche io, da solo.
Nella camera d'albergo.

Il giorno dopo Stefan Schneider di Torocco Rot fa un dj set in un negozio di dischi nel cuore della città. Seleziona brani rocksteady e reggae.
Maria, la ragazza di Thodoris mi racconta come Leonard Cohen abbia comprato casa nell'isola di Hydra. Erano i primi anni '60 e Cohen utilizzò l'eredità di una parente per accaparrarsi un tetto in quell'isola. Fuori la rumorosissima città si affanna nel caldo del mezzogiorno. Dentro il negozio il suono giamaicano riempie l'aria.

Sono seduto su un bel divano di pelle e sembra che tutto ne valga la pena.

[...]

continua

posted by Corrado Nuccini at 3:00 AM 17 comments





"LA NOTTE ERA
FINITA E TI SENTIVO ANCORA SAPORE DELLA VITA MERAVIGLIOSO"

(D. Modugno)


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