Le città incantate (2.1)
Atene, ancora

(Secco, esiziale e disumano. Ovvero Dialogo tra un portiere di notte e Gegè)
[...]
Rientro nell'albergo che sono le cinque del pomeriggio. Alla reception m'attende un uomo. Sulla cinquantina. Calvo e non proprio allampanato. Anzi. Con una bella pancia rotonda ed un orecchino che brilla anche in mancanza di luce. Gli dico il numero della mia camera. In inglese.
«Ah lei è l'italiano?»
Io vengo colto di sorpresa.
«Beh, sì. rispondo»
«Bene»
«Mi chiamo Manos Therokis e questa è la sua chiave»
«Mi contatti pure per qualsiasi evenienza»
Parla un italiano perfetto. Anzi sfoggia un vanitoso accento toscano.
«E' italiano anche lei?» chiedo
«No. Io sono greco»
«Lo si capisce dal mio nome...»
“Ma che cazzo di risposta è?” Penso. Quasi avessi detto chissà cosa. Lo liquido. Immediatamente.
«Beh, si. Ora salgo»
«La saluto»
«Grazie»
«Prego» risponde
A spalle girate dico.
«Complimenti per il suo italiano»
«Grazie» dice
«Prego» rispondo.
Dopo mezz'ora scendo con tutta la mia roba per il concerto. Passo e lascio la chiave a Manos. Lui mi anticipa. O meglio. Anticipa qualsiasi mia mossa.
«Gradisce un caffè, signor Nuccini?»
«No grazie»
«Mah, ha mai provato il caffè greco?»
«No»
«Allora dovrebbe»
Io resto in silenzio. Ho il suo sorriso in faccia.
«Proviamo» dico
«Lo vuole poco zuccherato, molto zuccherato o amaro?»
«Poco»
E lo dico con la sicurezza di chi beve caffè greco da una vita. Manos si allontana e torna dopo qualche minuto. Ha un vassoio e sopra porta una tazza di liquido scuro. Denso e sabbioso.
«Non beva il filtro, mi raccomando»
«Fa male»
E mentre ingurgito quella bevanda timoroso lui ne le tesse le lodi.
«Lo sa» dice «che un articolo specialistico afferma che il caffè greco è quello meno dannoso per la salute».
E mi spiega tutto. Scendendo in fastidiosi dettagli dietologici. Proteine, amminoacidi, grassi.
«Ovviamente se viene consumato con giudizio».
«Sono certo che lei fa così» lo interrompo
«Vero?»
«No. Io non bevo caffè da dieci anni»
E ti pareva? Mi mordo le mani...
«Però mi creda. Questo non fa male»
«Ovviamente non si deve bere il filtro che è nocivo»
«Ma l'ho già avvisata del pericolo»
Sorride. Anzi ride. Da solo. Io ho in bocca questo liquido che sa di caffè, tipo pocket coffee ma più sabbioso. Cerco di berlo senza lasciar trasparire emozioni. Nonostante i suoi occhi. Indagatori.
«Beh. Allora che ne pensa?»
«Non male dico»
«Eh certo, per un italiano ci sarà di meglio....»
Appunto. Diciamocelo. Quel caffè non era per niente buono. Però ho sempre odiato l'italiano che pensa di avere l'esclusiva del caffè.
«Come lo fai tu Gegè».
«Tu sì che lo fai bbbuono».
«Fallo con la ricetta di mammà».
Gli aromi, i sapori veri. Casa italia! Fanculo Gegè.
E mi vedo tutti gli stranieri che considerano l'italiano medio un idiota in tutto, meno che nella preparazione degli spaghetti e del caffè. E dico. No, cazzo. Che ci vorrà mai a riempire una moka d'acqua e polvere e metterla sul fuoco? Che ci vuole? Altro che ricetta di mamà.
«Il caffè se è caldo e non troppo annacquato è comunque buono» sentenzio
«Così come una birra ghiacciata o un calice vino bianco»
Non l'avessi mai detto.
«Ma che dice?»
«Mi stupisco che possa avere un pensiero così approssimativo»
«Lei poi non da l'impressione di essere uno che si accontenta»
Nella mia testa penso. Cazzo Corrado. Sono ad Atene e mi sto facendo dare dell'approssimativo da un usciere greco, sovrappeso, che parla italiano meglio di me. Pure con l'accento toscano alla Manzoni con tutti i suoi dannati panni. Lavati in Arno. Oltretutto, per non fare la figura di Mario e Luigi Bros evito di dire che solo l'espresso italiano è buono e questo ti da del pressappochista.
Lo guardo stupito e lui con faccia beata mi dice.
«Suvvia Nuccini»
«Non dica cose così».
Eh no! Cazzo!
Suvvia. Mi dice suvvia? Ma come si permette??
Divento una zitella. Inizio a parlare l'italiano più forbito che conosco. Uso verbi irregolari al passato remoto. Trapassati come se piovesse. Consecutio temporum. Periodo ipotetico. Pudet, piget taedet. Dico vieppiù, ohibò, callido, pulcra, sapida, procrastinare, esiziale e cose del genere. Manos non fa una piega. Finge di capire.
«Ha presente, no?» dico.
«E-si-zia-le». e lo guardo.
«Sì» risponde e cambia discorso
«No dico, E-s-i-z-i-a-l-e»
Lui mi guarda e mi fa:
«Come? Scusi»
«Esiziale! Quante volte devo dirlo?»
«Sì sì.»
«Essenziale?» mi chiede.
Ecco, maledetto. Penso io. Torna a dirmi.
«Suvvia!».
...
Di ritorno dal concerto incontro nuovamente Manos. Oramai è notte. Il suo alito profuma leggermente di anice. Vuole parlare. Io tremo. Mi racconta che in toscana s'è laureato in lettere con una tesi sulla IV giornata del Decamerone. Quella degli amori infelci.
E mi racconta di una donna che aveva in italia. Ora non la sente più. Annalisa.
Ecco. Mi sento una merda per aver fatto il saccente. Finisce sempre così.
Prima di andare a letto mi chiede.
«Com'era quella sua parola di oggi?»
«Esiziale» rispondo
«Ma che vuol dire?»
«E che ne so!»
«Lo chieda ai Marlene Kuntz
«A chi?»
...

(Secco, esiziale e disumano. Ovvero Dialogo tra un portiere di notte e Gegè)
[...]
Rientro nell'albergo che sono le cinque del pomeriggio. Alla reception m'attende un uomo. Sulla cinquantina. Calvo e non proprio allampanato. Anzi. Con una bella pancia rotonda ed un orecchino che brilla anche in mancanza di luce. Gli dico il numero della mia camera. In inglese.
«Ah lei è l'italiano?»
Io vengo colto di sorpresa.
«Beh, sì. rispondo»
«Bene»
«Mi chiamo Manos Therokis e questa è la sua chiave»
«Mi contatti pure per qualsiasi evenienza»
Parla un italiano perfetto. Anzi sfoggia un vanitoso accento toscano.
«E' italiano anche lei?» chiedo
«No. Io sono greco»
«Lo si capisce dal mio nome...»
“Ma che cazzo di risposta è?” Penso. Quasi avessi detto chissà cosa. Lo liquido. Immediatamente.
«Beh, si. Ora salgo»
«La saluto»
«Grazie»
«Prego» risponde
A spalle girate dico.
«Complimenti per il suo italiano»
«Grazie» dice
«Prego» rispondo.
Dopo mezz'ora scendo con tutta la mia roba per il concerto. Passo e lascio la chiave a Manos. Lui mi anticipa. O meglio. Anticipa qualsiasi mia mossa.
«Gradisce un caffè, signor Nuccini?»
«No grazie»
«Mah, ha mai provato il caffè greco?»
«No»
«Allora dovrebbe»
Io resto in silenzio. Ho il suo sorriso in faccia.
«Proviamo» dico
«Lo vuole poco zuccherato, molto zuccherato o amaro?»
«Poco»
E lo dico con la sicurezza di chi beve caffè greco da una vita. Manos si allontana e torna dopo qualche minuto. Ha un vassoio e sopra porta una tazza di liquido scuro. Denso e sabbioso.
«Non beva il filtro, mi raccomando»
«Fa male»
E mentre ingurgito quella bevanda timoroso lui ne le tesse le lodi.
«Lo sa» dice «che un articolo specialistico afferma che il caffè greco è quello meno dannoso per la salute».
E mi spiega tutto. Scendendo in fastidiosi dettagli dietologici. Proteine, amminoacidi, grassi.
«Ovviamente se viene consumato con giudizio».
«Sono certo che lei fa così» lo interrompo
«Vero?»
«No. Io non bevo caffè da dieci anni»
E ti pareva? Mi mordo le mani...
«Però mi creda. Questo non fa male»
«Ovviamente non si deve bere il filtro che è nocivo»
«Ma l'ho già avvisata del pericolo»
Sorride. Anzi ride. Da solo. Io ho in bocca questo liquido che sa di caffè, tipo pocket coffee ma più sabbioso. Cerco di berlo senza lasciar trasparire emozioni. Nonostante i suoi occhi. Indagatori.
«Beh. Allora che ne pensa?»
«Non male dico»
«Eh certo, per un italiano ci sarà di meglio....»
Appunto. Diciamocelo. Quel caffè non era per niente buono. Però ho sempre odiato l'italiano che pensa di avere l'esclusiva del caffè.
«Come lo fai tu Gegè».
«Tu sì che lo fai bbbuono».
«Fallo con la ricetta di mammà».
Gli aromi, i sapori veri. Casa italia! Fanculo Gegè.
E mi vedo tutti gli stranieri che considerano l'italiano medio un idiota in tutto, meno che nella preparazione degli spaghetti e del caffè. E dico. No, cazzo. Che ci vorrà mai a riempire una moka d'acqua e polvere e metterla sul fuoco? Che ci vuole? Altro che ricetta di mamà.
«Il caffè se è caldo e non troppo annacquato è comunque buono» sentenzio
«Così come una birra ghiacciata o un calice vino bianco»
Non l'avessi mai detto.
«Ma che dice?»
«Mi stupisco che possa avere un pensiero così approssimativo»
«Lei poi non da l'impressione di essere uno che si accontenta»
Nella mia testa penso. Cazzo Corrado. Sono ad Atene e mi sto facendo dare dell'approssimativo da un usciere greco, sovrappeso, che parla italiano meglio di me. Pure con l'accento toscano alla Manzoni con tutti i suoi dannati panni. Lavati in Arno. Oltretutto, per non fare la figura di Mario e Luigi Bros evito di dire che solo l'espresso italiano è buono e questo ti da del pressappochista.
Lo guardo stupito e lui con faccia beata mi dice.
«Suvvia Nuccini»
«Non dica cose così».
Eh no! Cazzo!
Suvvia. Mi dice suvvia? Ma come si permette??
Divento una zitella. Inizio a parlare l'italiano più forbito che conosco. Uso verbi irregolari al passato remoto. Trapassati come se piovesse. Consecutio temporum. Periodo ipotetico. Pudet, piget taedet. Dico vieppiù, ohibò, callido, pulcra, sapida, procrastinare, esiziale e cose del genere. Manos non fa una piega. Finge di capire.
«Ha presente, no?» dico.
«E-si-zia-le». e lo guardo.
«Sì» risponde e cambia discorso
«No dico, E-s-i-z-i-a-l-e»
Lui mi guarda e mi fa:
«Come? Scusi»
«Esiziale! Quante volte devo dirlo?»
«Sì sì.»
«Essenziale?» mi chiede.
Ecco, maledetto. Penso io. Torna a dirmi.
«Suvvia!».
...
Di ritorno dal concerto incontro nuovamente Manos. Oramai è notte. Il suo alito profuma leggermente di anice. Vuole parlare. Io tremo. Mi racconta che in toscana s'è laureato in lettere con una tesi sulla IV giornata del Decamerone. Quella degli amori infelci.
E mi racconta di una donna che aveva in italia. Ora non la sente più. Annalisa.
Ecco. Mi sento una merda per aver fatto il saccente. Finisce sempre così.
Prima di andare a letto mi chiede.
«Com'era quella sua parola di oggi?»
«Esiziale» rispondo
«Ma che vuol dire?»
«E che ne so!»
«Lo chieda ai Marlene Kuntz
«A chi?»
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