Qui
Due febbraio 2006

Ieri era il primo del mese. Per chi è pendolare significa rinnovare l'abbonamento. Fare la fila. Dire chi sei, presentare un documento e ritirarsi velocemente dal freddo che fa, lì al bar della stazione di Reggio Emilia, per un caffè al volo col giornale sotto braccio. Poi camminare verso i binari. Il rumore degli stivaletti suona acido sul pavimento. L'inverno in tasca. Mi gela anche ciò che non so dire.
Oggi è un mese che non ti vedo. Non è capitato mai negli ultimi cinque anni. Era il due di gennaio quando ti ho lasciato al bar della stazione di Rubiera. Allora avevamo sorrisi e gli abiti sporchi di capodanno. Giurerei che ci non ci siamo lasciati senza baci, battute, risate.
Vero che la distanza e la memoria arrotondano i ricordi e resta solo ciò che si vuole trattenere. Forse dietro a quegli scherzi c'era il malessere che da tempo logorava tutto. Le costanti pressioni per far di te una mia proiezione e la reciproca incapacità di proteggersi l’un l’altra.
Eccolo, il nostro isterico rapporto, fatto d'amore e odio. Di piccoli e grandi tradimenti e assoluta devozione. Di bugie e di costante ricerca della verità. Di sincera stima e mancanza di speranza. Come qualcosa che ingloba gli estremi. E le parole non bastano a descriverlo. Ci vorrebbe un altro alfabeto. Qui. Ora. Subito. Altre lingue, diversi modi di dire. Gesti teatrali. O forse niente di tutto ciò.
Penso così e cammino con il collo stretto tra le spalle per il centro di Modena. In fila. Come tutta questa informe massa di pendolari, che da Parma, Reggio Emilia, Sassuolo, Scandiano, Piacenza, Fidenza, Carpi, scende in città, con i loro tratti somatici ereditati dai loro avi contadini e oggi riadattati dentro abiti da ufficio. Penso ad un albero enorme che vorrei abbracciare ma che non riesco a cingere del tutto. Stringere quel tronco è come essere ancora alla stazione di Rubiera a guardare il treno che parte, mentre una leggera pioggia mi bagna i capelli. Tu hai la solita faccia delle partenze: un misto tra malinconia della separazione e desiderio di fuggire. Via, lontano, perchè l’unica casa a cui t'ho visto devota, in tutti questi anni, è l'altrove.
Noi qui, tutti in fila. I colletti delle giacche sollevati come secondi colli a proteggere dall'assideramento del primissimo mattino. E camminare spediti, perché la vita prosegue e le ferite -buttato fuori il siero- si rimarginano. I sentimenti si affievoliscono per rinascere diversi. Se non migliori, corroborati. E' un processo ecologico e crudele.
E mentre mi avvinghio a questo tronco so che ti cercherò come una cane randagio cerca il cibo d'inverno. Senza ritegno e senza stile. Per trovarti nelle tracce che lasci dentro e fuori di me. Nei corpi di chi ha qualcosa di tuo. Nei letti vuoti, dove la dignità m'abbandona, in un party spettrale dove gli invitati sono fantasmi che t'assomigliano. Uno per ogni tuo stato d’animo. Ti cercherò abbracciato al legno che non voglio mollare, che l'amore è anche così. Una deviante allucinazione.
Ieri sera è venuta mia madre a trovarmi. Sta assimilando il colpo della mia partenza. Si sforza di chiedermi come va. Nelle pause delle risposte, mi incalza e torna ad essere lei. La madre, con la emme gigante. S'arrovella per trovare problemi e a cui non so dare risposte. "Mangia della carne, io ti voglio bene, lo sai?" dice "Lascia stare gli altri. Conta su di me, ma il dottore ti dice di dormire di più?". E’ un fiume in piena:"Forse dovresti inscriverti alla SISS, anche se sei grande per tornare a studiare". Si ferma, ci pensa un po' e mi dice. "Sei bravo a scrivere, perché non ti ci metti e ne fai una professione?"
[...]
Penso ad una poesia Antonio Delfini. Dice “La nostra bambina è senza croce / tiene in mano una rosa infiammata di odio e amore”. Ti sarebbe piaciuta. Lo so.

Ieri era il primo del mese. Per chi è pendolare significa rinnovare l'abbonamento. Fare la fila. Dire chi sei, presentare un documento e ritirarsi velocemente dal freddo che fa, lì al bar della stazione di Reggio Emilia, per un caffè al volo col giornale sotto braccio. Poi camminare verso i binari. Il rumore degli stivaletti suona acido sul pavimento. L'inverno in tasca. Mi gela anche ciò che non so dire.
Oggi è un mese che non ti vedo. Non è capitato mai negli ultimi cinque anni. Era il due di gennaio quando ti ho lasciato al bar della stazione di Rubiera. Allora avevamo sorrisi e gli abiti sporchi di capodanno. Giurerei che ci non ci siamo lasciati senza baci, battute, risate.
Vero che la distanza e la memoria arrotondano i ricordi e resta solo ciò che si vuole trattenere. Forse dietro a quegli scherzi c'era il malessere che da tempo logorava tutto. Le costanti pressioni per far di te una mia proiezione e la reciproca incapacità di proteggersi l’un l’altra.
Eccolo, il nostro isterico rapporto, fatto d'amore e odio. Di piccoli e grandi tradimenti e assoluta devozione. Di bugie e di costante ricerca della verità. Di sincera stima e mancanza di speranza. Come qualcosa che ingloba gli estremi. E le parole non bastano a descriverlo. Ci vorrebbe un altro alfabeto. Qui. Ora. Subito. Altre lingue, diversi modi di dire. Gesti teatrali. O forse niente di tutto ciò.
Penso così e cammino con il collo stretto tra le spalle per il centro di Modena. In fila. Come tutta questa informe massa di pendolari, che da Parma, Reggio Emilia, Sassuolo, Scandiano, Piacenza, Fidenza, Carpi, scende in città, con i loro tratti somatici ereditati dai loro avi contadini e oggi riadattati dentro abiti da ufficio. Penso ad un albero enorme che vorrei abbracciare ma che non riesco a cingere del tutto. Stringere quel tronco è come essere ancora alla stazione di Rubiera a guardare il treno che parte, mentre una leggera pioggia mi bagna i capelli. Tu hai la solita faccia delle partenze: un misto tra malinconia della separazione e desiderio di fuggire. Via, lontano, perchè l’unica casa a cui t'ho visto devota, in tutti questi anni, è l'altrove.
Noi qui, tutti in fila. I colletti delle giacche sollevati come secondi colli a proteggere dall'assideramento del primissimo mattino. E camminare spediti, perché la vita prosegue e le ferite -buttato fuori il siero- si rimarginano. I sentimenti si affievoliscono per rinascere diversi. Se non migliori, corroborati. E' un processo ecologico e crudele.
E mentre mi avvinghio a questo tronco so che ti cercherò come una cane randagio cerca il cibo d'inverno. Senza ritegno e senza stile. Per trovarti nelle tracce che lasci dentro e fuori di me. Nei corpi di chi ha qualcosa di tuo. Nei letti vuoti, dove la dignità m'abbandona, in un party spettrale dove gli invitati sono fantasmi che t'assomigliano. Uno per ogni tuo stato d’animo. Ti cercherò abbracciato al legno che non voglio mollare, che l'amore è anche così. Una deviante allucinazione.
Ieri sera è venuta mia madre a trovarmi. Sta assimilando il colpo della mia partenza. Si sforza di chiedermi come va. Nelle pause delle risposte, mi incalza e torna ad essere lei. La madre, con la emme gigante. S'arrovella per trovare problemi e a cui non so dare risposte. "Mangia della carne, io ti voglio bene, lo sai?" dice "Lascia stare gli altri. Conta su di me, ma il dottore ti dice di dormire di più?". E’ un fiume in piena:"Forse dovresti inscriverti alla SISS, anche se sei grande per tornare a studiare". Si ferma, ci pensa un po' e mi dice. "Sei bravo a scrivere, perché non ti ci metti e ne fai una professione?"
[...]
Penso ad una poesia Antonio Delfini. Dice “La nostra bambina è senza croce / tiene in mano una rosa infiammata di odio e amore”. Ti sarebbe piaciuta. Lo so.
