Arrivò.
Non commettere atti puri

La peste giunse per la terza volta nel 1624 trasportata da una nave proveniente da Tunisi. E’ la peste manzoniana, quella dei Promessi Sposi. A Palermo, secondo alcune stime, tra il Giugno di quell’anno e il Febbraio 1626 morirono 30.000 persone, su 120.000 abitanti. La peste si trasmetteva sia dalla pulce del topo nero, sia -per contagio- attraverso le vie respiratorie. Si crearono lazzaretti per gli infermi. Altri per i sospetti. Si fecero provviste di carrozze per il trasporto dei malati e dei cadaveri. La peste arrivò davvero e la gente terrorizzata cominciò a fuggire. Tutti pensarono fosse un flagello di Dio e cercarono un segnale di salvezza. Occorreva dare prova di pentimento. Sfilarono in processione le reliquie di Santa Cristina, Santa Ninfa e San Rocco. Ma fu tutto vano. Un giorno un saponaio di via dei Pannieri, che aveva già perduto la moglie, salì sul monte Pellegrino. Colto di sorpresa da un temporale si perse. Gli apparve Santa Rosalia. In dialetto palermitano ordinò di avvertire il vescovo che le ossa ritrovate nella caverna erano proprio le sue. Portate in processione lungo le strade della città, avrebbero placato la peste. Le misero in un sacco tra fiori e candele e le trasportarono per tutta Palermo. I resti della Santa fecero il miracolo. Era il il 15 luglio 1624
Nel frattempo molte cose cambiarono tra me e lei. Furono giorni di pacificazioni, infime tregue, cavalli di troia, trattati bilaterali, trincea, teorie di sopravvivenza. Altra trincea. Si delineava il nostro male ma eravamo convinti che ci fosse una cura.
Finì così. La peste arrivò una quarta volta. Fece piazza pulita di tutto. Io e C. vagammo attraverso un luogo oscuro e violento con una bisaccia colma di malcontagi. Era il primo gennaio del duemila e sette. M’ha detto quello che teneva dentro da tempo. Ogni parola si incastrò precisa colmando i contorni interrotti. Poi se ne andò. Dietro una traccia di quella rivelazione impressa ovunque. E c’è voluto tempo per dare nomi alle macchie e ai contorni. Fino al giorno in cui ho seppellito -tra candele e fiori- il cadavere di quell’amore. Lontano da tutto e da tutti. Era lui l’untore che ci seguiva. Sin dal primo giorno di quel viaggio.

La peste giunse per la terza volta nel 1624 trasportata da una nave proveniente da Tunisi. E’ la peste manzoniana, quella dei Promessi Sposi. A Palermo, secondo alcune stime, tra il Giugno di quell’anno e il Febbraio 1626 morirono 30.000 persone, su 120.000 abitanti. La peste si trasmetteva sia dalla pulce del topo nero, sia -per contagio- attraverso le vie respiratorie. Si crearono lazzaretti per gli infermi. Altri per i sospetti. Si fecero provviste di carrozze per il trasporto dei malati e dei cadaveri. La peste arrivò davvero e la gente terrorizzata cominciò a fuggire. Tutti pensarono fosse un flagello di Dio e cercarono un segnale di salvezza. Occorreva dare prova di pentimento. Sfilarono in processione le reliquie di Santa Cristina, Santa Ninfa e San Rocco. Ma fu tutto vano. Un giorno un saponaio di via dei Pannieri, che aveva già perduto la moglie, salì sul monte Pellegrino. Colto di sorpresa da un temporale si perse. Gli apparve Santa Rosalia. In dialetto palermitano ordinò di avvertire il vescovo che le ossa ritrovate nella caverna erano proprio le sue. Portate in processione lungo le strade della città, avrebbero placato la peste. Le misero in un sacco tra fiori e candele e le trasportarono per tutta Palermo. I resti della Santa fecero il miracolo. Era il il 15 luglio 1624
Nel frattempo molte cose cambiarono tra me e lei. Furono giorni di pacificazioni, infime tregue, cavalli di troia, trattati bilaterali, trincea, teorie di sopravvivenza. Altra trincea. Si delineava il nostro male ma eravamo convinti che ci fosse una cura.
Finì così. La peste arrivò una quarta volta. Fece piazza pulita di tutto. Io e C. vagammo attraverso un luogo oscuro e violento con una bisaccia colma di malcontagi. Era il primo gennaio del duemila e sette. M’ha detto quello che teneva dentro da tempo. Ogni parola si incastrò precisa colmando i contorni interrotti. Poi se ne andò. Dietro una traccia di quella rivelazione impressa ovunque. E c’è voluto tempo per dare nomi alle macchie e ai contorni. Fino al giorno in cui ho seppellito -tra candele e fiori- il cadavere di quell’amore. Lontano da tutto e da tutti. Era lui l’untore che ci seguiva. Sin dal primo giorno di quel viaggio.